La storia della tessitura a Samugheo

Tessitrice al telaio tradizionale in una casa di Samugheo durante la lavorazione artigianale dei tessuti sardi

Nel cuore geografico della Sardegna, tra le colline silenziose del Mandrolisai, un paese custodisce da secoli uno dei patrimoni artigianali più straordinari del Mediterraneo. Samugheo, piccolo paese della provincia di Oristano, è conosciuto da secoli come il cuore pulsante della tessitura isolana. Un titolo non celebrativo, ma profondamente guadagnato, intrecciato filo dopo filo nel corso dei secoli.

Le origini: il telaio come cuore della casa

Per tradizione a Samugheo l’arte della tessitura veniva esercitata da quasi tutte le donne di ogni ceto sociale. Il corredo e altri tipi di indumenti venivano prodotti in casa al telaio, personalizzando alcuni capi, come le coperte per il letto, che si tramandavano da madre in figlia; le lenzuola, i copricassa, gli arazzi, le tovaglie, le bisacce.

Il telaio non era soltanto uno strumento: era il centro della vita femminile. Fin dalla giovane età, le bambine imparavano l’arte della tessitura dalle madri e dalle nonne, tramandando così le tecniche e i segreti del mestiere. Le maestre tessitrici di Samugheo erano considerate delle vere e proprie artiste, capaci di creare opere d’arte uniche e preziose.

La lavorazione dei tessuti non è mai stata solo un mestiere: è parte dell’identità collettiva, un gesto ripetuto nel tempo che racconta storie, emozioni, riti, credenze.

Le tecniche: la grammatica di un’arte antica

Comprendere la tessitura di Samugheo significa conoscere il suo vocabolario tecnico, fatto di termini sardi che descrivono gesti precisi e antichi.

La tecnica più celebre è quella a pibiones — letteralmente “granelli” — nella quale piccole corde di trama vengono avvolte attorno a un’asta metallica e bloccate in posizione, creando punti in rilievo che formano bordi geometrici, piante o animali stilizzati. Il rilievo è il segno distintivo e il motivo si può percepire con le dita.

Accanto ai pibiones convivono altre tecniche fondamentali della tradizione samughese:

  • L’orbace: un’antica lana infeltrita usata per i mantelli e gli indumenti da lavoro. La lavorazione dell’orbace è una delle più antiche in Sardegna e richiede una grande conoscenza della tradizione. I vari filati vengono passati al telaio, per poi essere pronti per la tintura con erbe naturali, seguendo l’antica tecnica.
  • A travos (trama a fessura): lavorazione su telaio verticale con trama esposta, usata per i grandi arazzi decorativi.
  • A garza (rezza): tessitura aperta ottenuta incrociando gli orditi adiacenti, spesso poi ricamata, usata per teli leggeri e biancheria pregiata.

Il riconoscimento: da Grazia Deledda al mercato internazionale

La tradizione tessile sarda è stata celebrata anche da importanti scrittori sardi. Tra questi, Grazia Deledda, che nei suoi romanzi ha spesso descritto la bellezza e il valore dei tappeti . In particolare, nel romanzo Canne al vento, la scrittrice descrive la figura di una mastra tessitrice come una donna forte e tenace, custode della tradizione e della cultura del suo popolo.

Dal 1965, quando a Samugheo si è costituita la prima cooperativa di tessitrici, l’attenzione intorno a questo tipo di ricchezze tradizionali è andata via via aumentando, e si è allargata la visione sul futuro di queste produzioni: dalla dimensione prevalentemente familiare e domestica al mercato, e dal mercato locale a quello regionale e poi globale.

A partire dagli anni ’70 vi sono state importanti innovazioni nell’ambito della tessitura artigianale: furono istituiti dei corsi di formazione e create cooperative. I piccoli telai vennero sostituiti con quelli più grandi e si creò così una rete commerciale di vendita e contatti, adeguando il prodotto ai gusti del tempo.

Il MURATS: la memoria che si fa museo

Nel 2002 questo patrimonio ha trovato una casa permanente. Il MURATS — acronimo di Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda — custodisce, mostra e promuove l’inestimabile patrimonio di un’eccellenza manifatturiera dell’isola. Sorge a Samugheo, borgo del Mandrolisai, da sempre rinomato per la fiorente produzione tessile.

La collezione permanente è composta da un corpus di manufatti in lana, cotone e lino, provenienti da varie parti del territorio regionale e realizzati in un arco di tempo tra fine XVIII e seconda metà del XX secolo. Vi si trovano coperte, lenzuola, biancheria per infanzia e uso quotidiano, copricassapanca, bisacce, abiti tradizionali, capi d’abbigliamento del pastore e strumenti per realizzarli, in particolare telai tradizionali in legno.

Tra i pezzi più rari figurano gli Affaciadas, piccolissime strisce di tessuto finemente lavorato che si esponevano nei balconi durante la processione del Corpus Domini, e i cinque Tapinos ‘e mortu, drappi funebri risalenti al Settecento, realizzati con una particolare tecnica al telaio orizzontale, con figure zoomorfe e antropomorfe simbolicamente legate al trapasso del defunto.

Il museo organizza workshop, seminari, laboratori, stage e tirocini. Durante la visita è previsto un percorso didattico che consiste in una prova di tessitura.

Tessingiu: quando l’artigianato diventa festa

Tessingiu è una mostra estiva che riunisce tessitori e artigiani attraverso mostre curate, bancarelle e dimostrazioni, rendendo Samugheo il luogo più accessibile per comprendere la tessitura sarda nel suo contesto: guardare i telai in funzione e parlare direttamente con chi li lavora.

Tessingiu nasce dalla prima manifestazione della Pro Loco di Samugheo “Mostra dell’artigianato del Mandrolisai”, con lo scopo di salvaguardare quest’antica arte. Una fiera in cui all’artigianato tradizionale si affiancano pezzi unici dell’artigianato più moderno, che lo rendono singolare e variegato, tra i più ricchi del Mediterraneo.

Un patrimonio vivo, non solo conservato

Nonostante le radici profonde nella tradizione, le imprese tessili di Samugheo hanno saputo coniugare l’eredità artigianale con l’innovazione, mantenendo uno stile distintivo che racconta la storia e l’anima della Sardegna.

Artigiane come Isabella Frongia — di cui Abreskia ha già raccontato il lavoro — rappresentano questa continuità creativa: non semplici conservatrici di una tradizione, ma interpreti capaci di innovarla e renderla accessibile senza tradirne le radici. Le mani delle donne hanno tessuto, generazione dopo generazione, un filo invisibile che unisce passato e presente.

Visitare Samugheo significa immergersi in questa storia ancora in corso. Entrare in un laboratorio, guardare le mani di una tessitrice muoversi sul telaio, ascoltare il ritmo cadenzato del meccanismo che lavora: è un’esperienza che difficilmente si dimentica. Perché racconta, meglio di qualsiasi parola, cosa significa custodire davvero un patrimonio.i, e la certezza che certe tradizioni meritano di continuare a vivere.